Posso sedermi vicino a te?

I bambini rompono. Finché non ottengono quella cosa su cui si sono fissati, sono come trapani a percussione. Insistono e ti prendono per sfinimento.

A tavola con te

Quella che sto per raccontare non è una notizia ma dovrebbe esserlo. Non cambia le sorti del mondo, ma forse un po’ sì. Dobbiamo fare un grande salto nel Mississippi e immaginare una famglia con sei figli che va al ristorante. E’ proprio un grande salto: il Mississippi è lontano, una famiglia con 6 figli è una creatura quasi mitologica, andare al ristorante sembra un miraggio.

Negli USA le vaccinazioni e conseguenti norme sulla prevenzione del Covid sono molto diverse dalla situazione nostrana. In ogni caso, mettiamo un attimo da parte la pandemia e osserviamo questa famiglia numerosa che va al ristorante. Brekken, il figlio di due anni, si fissa: vede un uomo seduto solo a un tavolo e vuole andare a mangiare con lui. Non si conoscono e sono proprio l’uno l’opposto dell’altro: il bimbo è caucasico e piccolo e biondissimo, il solitario sconosciuto è alto, molto robusto e afroamericano.

Guardateli.

I genitori di Brekken hanno pensato che quell’uomo volesse starsene in pace a mangiare da solo. Noi adulti non pensiamo forse così? Se uno è solo, lascialo stare. Ma Brekken si era fissato, voleva andare dallo sconosciuto e fargli compagnia. Non ha mollatto finché non ha ottenuto la cosa.

Amici dal nulla

Dopodiche, ecco la meraviglia. I due sconosciuti hanno cenato assieme discutendo come amici di vecchia data. E di cosa? Delle auto parcheggiate fuori dal ristorante. Chiunque abbia avuto un figlio maschio sa cosa significa il regno delle vetture a partire dall’infanzia (ho ancora scatole e scatole piene di macchinine negli armadi …). I fanali, i tubi di scappamento, tutto diventa occasioni di un poema epico.

Questa non-notizia è in fondo una gran bella notizia. Contraddice due tendenze che non sono sbagliate ma possono trasformarsi in qualcosa di più coraggioso. La prima è quella del “Aggiungi un posto a tavola“: sarebbe stato più normale aspettarsi che una famiglia numerosa invitasse al proprio tavolo l’uomo seduto da solo. Dire “vieni con noi” non è sbagliato, ma alzarsi e andare verso uno sconosciuto per rendere la sua solitudine un luogo meno isolato è un gesto grandioso.

Photo by Gary Barnes on Pexels.com

Significa lasciare il noto per l’ignoto, significa rinunciare alla zona di conforto e mettere davvero al centro l’altro. Allora chiedo: quante volte ci mettiamo davvero a disposizione quando aiutiamo qualcuno? Quante volte invece riduciamo l’aiuto alle nostre misure, al “portare al nostro tavolo”? Siamo disposti ad alzarci dalla notra sedia per andare verso l’altro?

Ma tu chi sei?

L’altra tendenza è quella dell’ “Appuntamento al buio“. Ah quanto ci stuzzica l’idea di incontrare l’anima gemella grazie a una serata misteriosa! Riduciamo il mistero a una forma di suspence per far crescere la nostra adrenalina e il divertimento. Sedersi al tavolo con uno sconosciuto non è il gioco delle coppie. Non si sceglie il mistero perché ciò che è noto ci ha stufato. La verità è che anche dopo vent’anni di matrimonio una cena tra marito e moglie resta un appuntamento al buio. Perché l’altro resta un mistero per tutta la vita. Lo stesso vale per il nostro io (inconoscibile fino all’ultimo istante di vita).

Brekken non è andato al tavolo dell’amico sconosciuto perché si annoiava con la sua famiglia (che verisimilmente lo annoierà e infastidirà sul serio). A due anni c’è ancora quella spinta vertiginosa chiamata meraviglia, che è una forma suprema di conoscenza. Tu ci sei. Tu sei solo. Vengo da te.

Allora chiedo. Quanti appuntamenti (al buio e non, di lavoro e tra amici) cominciano da una vera domanda: ma tu chi sei?

Puoi ascoltare questa notizia sul mio podcast:

Oppure guardarla su Youtube

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