La scatola delle collane aggrovigliate

Ormai anche i pinguini del Polo Sud sanno che sto traslocando. Annoio tutti e mi lamento della fatica di queste settimane.

Dicono che la parte migliore e liberatoria sia il decluttering. Parola idolo, ormai. Un moto dell’anima, quasi. E’ il rito espiatorio del fare piazza pulita. Butta l’inutile, il superfluo, i vestiti che non indossi, tutto il ciarpame che sta a impolverarsi negli armadi.

Idea guida: fai spazio. Per cosa poi? Tutto questo spazio vuoto, questo viaggio verso un guardaroba minimal e ordinato mi avvicina forse di un millimetro al senso di pace di cui ho davvero bisogno?

Photo by Nugroho Wahyu on Pexels.com

Comunque buttare è bellissimo, lo ammetto. Anzi, prende la mano. E’ capitato con certi cassetti che potrebbero essere usati come set cinomatrografico sull’esplorazione di antri bui e abitati da creature preistoriche. Mi sono presa il tempo di ripulire quei cassetti del comodino dove conservo tutta la biogiotteria rotta (ma che si può aggiustare), gli orologi fermi, i gingilli d’argento di mille bomboniere ricevute, gli orecchini a cui sono allergica. Cose così.

Ho salvato poco pochissimo. E ho raccattato una scatola di latta dove buttare il molto di cui mi volevo liberare. Ho lasciato – inavvertitamente – questa scatola sul letto, riproponendomi di liberarmene doopo aver preparato la cena. Errore madornale, da vera principiante.

Mia figlia – 5 anni – l’ha vista. E l’ha scambiata per la cassa del tesoro. Tutto quel tripudio di orecchini senza chiusura, braccialetti rotti, collane attorcigliate, cose non ben identificate e annerite sono diventate il suo gioco preferito. E anche il mio rito purificatore della sera – udite, udite!

Dopo questo decluttering fallito, ogni sera capita questo. Prima di andare a dormire facciamo questa mezz’ora di gioco sul lettone. Lei – 5 anni – arriva con la scatola di latta e la rovescia sulla coperta poi dice: “Mamma, mi sleghi le collane?“. E io comincio. Mi trovo davanti un groviglio di perline e fili e pazientemente mi metto a sbrogliarlo. Alcune collane si rompono ancora di più, ci sono nodi che mi richiedono una pazienza certosina.

Le passo tutto quel che riesco a sciogliere. Lei ci gioca e riaggroviglia tutto. Lo butta di nuovo dentro la scatola. E la sera dopo si ricomincia.

Ma sarà che uno deve passare il tempo a sgrovigliare vecchie collane rotte? Forse sì. E forse è pure meglio dell’idolo del decluttering. Io un’anima (e una casa) minimal non ce l’avrò mai. Sono aggrovigliata, accatasto ansie che si annodano a desideri mezzo anneriti, so che dentro ho un armadio in cui le emozioni non sono divise per stagione e colore.

Non è dell’ordine che ho bisogno. Ho bisogno invece di non smettere di amare la pazienza di prendere in mano tutto ciò che è annodato e scioglierlo. Mia figlia canta mentre gioca con le collane e io sono lì a provare di separare tutti quei fili di perline miste. Ed è quel canto che mi mette in pace con ogni groviglio.

Quello che io volevo buttare per lei è un gioco meraviglioso. Starmi accanto mentre faccio un mestiere inutile su un letto pieno di cianfrusaglie la fa cantare. Ecco dove voglio stare davvero. Non dove sono utile e brava, ma dove si canta mentre si esercita la pazienza e la premura inutile: domani tutto di annoderà di nuovo, eppure stasera mi rimetto a sgrovigliare questa bigiotteria.

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