Appesi come bucato

Quado tradussi Uomovivo di G. K. Chesterton rimasi colpita da un passo inquietante. Di solito Chesterton è bravissimo a suscitare una meraviglia positiva, di entusiasmo. Bastò un’immagine a raggelarmi il sangue. Ed era l’istantanea di una madre che osserva il bucato steso all’aperto, le cinque magliette dei suoi figli. E guardando quegli abiti vede i suoi figli appesi.

Cadere dal Monte Bianco

Appeso è rimasto anche un giovane di 30 anni a uno sperone di roccia del Monte Bianco: per due ore a precipizio sul vuoto, le sue mani come unico appiglio alla vita. Poi ha ceduto. C’è stato un volo di 30 metri che tutti ci azzarderemmo a dire fatale, invece no. Si è solo ferito e non è in pericolo di vita. Questa l’avventura incredibile di Christian Garavelli di Bergamo.

L’alpinista era assieme a un compagno di cordata, quando sono rimasti bloccati a 4.000 metri di quota. I soccorsi sono stati rallentati dal maltempo. “Ci stavamo calando in doppia corda per arrivare a ‘fare sicura’ – racconta – ma in quel tratto lo spit, ovvero il punto di ancoraggio, è tutto spostato a sinistra. Non riuscivo ad avvicinarmi. C’era il vento, ed era forte. Le ho tentate tutte, ma proprio tutte. Mi sono tirato su con le braccia, ero assicurato con un nodo machard, ma poi non ha più tenuto”.

Repubblica
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Due ore appeso

Quanto durano due ore quando sei appeso a una roccia sul vuoto? Che specie di forza c’è nelle mani?

La parte brutta della parola appeso è il peso. Il corpo tira giù, è pesante e legato alla forza di gravità. Ma considerarci appesi non è altro che puro realismo. Ecco perché ho avuto i brividi di fronte a quell’immagine di Chesterton. I miei figli e io e chi amo, siamo tutti bucato. Anche se ciascuno cammina con le proprie gambe, non è vero che stiamo in piedi da soli. Lo sfondo degli eventi che non controlliamo attorno a noi è enorme e addirittura abissale e lo attraversiamo con il nostro peso che tira giù.

Notarlo è tutt’altro che pessimistico, anzi. Infatti nelle due ore drammatiche di sospensione l’alpinista Garavelli ha avuto un momento di chiarezza essenziale sulla vita:

Pensavo di morire. Prima di precipitare nel vuoto il mio pensiero è andato a mia moglie e al mio cane.

Il pensiero va a chi ami, da appesi ci si aggrappa. E’ quando c’illudiamo di essere autosufficienti che smettiamo di vedere ogni singola cosa essenziale. Il pensiero della morte – che prendiamo a calci e spintoniamo lontano finché è possibile – avrebbe, di suo, il ruolo di essere un grande alleato. Appeso lo è anche l’impiccato, morto. Guarda il tuo vestito che si asciuga appeso al sole: tu sei così? Sei solo un corpo che prima o poi penderà inerte o se ne starà bloccato in orizzontale?

La risposta immediata è ‘no’ ed è la testa più che la pancia a dirlo. Garavelli ha risposto ‘no’ quando ha pensato a sua moglie e al suo cane. Ha messo a fuoco una differenza essenziale, un istinto più grande di ogni ragionamento. Io sono aggrappato a chi amo, non appeso a una sorte cinica e meschina. Non c’è che dire, è una bella sfida quella sul tavolo… se vogliamo coglierla.

Un volo di 30 metri

E poi c’è il momento in cui si molla la presa. Il peso è troppo e le forze rimaste nulle. Non posso immaginare cosa significhi lasciarsi andare giù da 4 mila metri in un panorama bellissimo eppure indifferente come quello del Monte Bianco. Precipitare nel silenzio brutale delle rocce, il panico dello schianto.

Come è possibile che non sia morto? I medici e i colleghi alpinisti formuleranno qualche ipotesi. Non basteranno a togliere il dubbio che quel volo così tragico e così miracoloso ci parli di qualcosa che capita anche in pianura, tra le pareti di casa.

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Si deve mollare la presa. Il nostro peso è troppo pesante per noi. Da sola non riesco mai ad alleggerire le ombre dei miei pensieri cattivi, delle mie fissazioni, dei miei terrori. E quando mollo la presa mi viene il nervoso. Eppure è quello il momento più vero che conosco, quando mi rendo conto che il paracadute non ce l’ho.

E’ puro abbandono fragile. C’è qualcosa che mi tiene? – mi chiedo. Basta questo a pulire lo sguardo. E’ l’unica domanda che conta e rende ridicole tutte le mosse da finta supereroina con cui mi atteggio nei giorni come oggi, in cui tutti fila liscio e il bucato si asciuga in fretta.

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