E tu la usi la diavolina?

Mi ricordo che ai campi scout era proibito, usare la diavolina. Il fuoco dovevamo imparare ad accenderlo senza aiuti. Eppure di nascosto cercavamo sempre di portarla con noi, usando come pretesto per giustificarci: e se arriviamo in un bosco dove è piovuto e legna e foglie sono tutte bagnate?

C’è sempre una scusa per usare un accelerante. Qualcosa che inneschi il fuoco e lo faccia divampare. E credo sia facile intuire l’origine del nome Diavolina. Per noi il diavolo e la sua combriccola infernale sono fuoco e fiamme, anime dannate che bruciano. Curioso che Dante ci abbia restituito un’immagine opposta dell’Inferno profondo…

Ghiaccio, gelo, il silenzio spettrale di anime bloccate nella morsa del freddo.

Photo by Julia Volk on Pexels.com

Dante non si contraddice, si scopre sempre più a fondo. L’Inferno è ghiaccio. E’ l’ipotesi più tremenda possibile, essere isolati in una trappola che eternamente congela l’essere. Il freddo, e non il caldo, è la dannazione più crudele, è la pena di una rigidità che conserva intatti in eterno solo i propri cortocircuiti mentali: essere vivi ed essere ibernati, a rimuginare senza fine su di sé.

L’accelerante diabolico

Però è molto vero che il diabolico ha a che fare col fuoco che arde … perché parte dell’azione del male accade anche in questa vita, non solo nell’aldilà. Il diavolo può essere la diavolina dei nostri giorni sulla terra. E’ l’accelerante che incendia le nostre ire, invidie, paure e rabbie.

Ci ho pensato incrociando questa notizia:

E’ nel mezzo del cammin di nostra vita che il Diavolo fa fuoco e fiamme.

La trama di questa vicenda di cronaca è quanto di più normale e anormale ci sia accanto a noi: litigi tra vicini di casa. Le informazioni sul fatto parlano di discussioni perenni tra queste due signore già avanti con gli anni e poi una delle due prende la decisione di passare ai fatti, incendia.

Utilizzando del liquido infiammabile e un accendigas, trovato dai vigili del fuoco sul posto, avrebbe dato fuoco alla finestra di un’altra inquilina del palazzo (una 73enne che è anche consigliera condominiale e vive al piano terra), e alla sua macchina parcheggiata nel cortile del palazzo. Le fiamme hanno coinvolto anche altre due vetture. 

da Corriere

L’idea è personale, chissà da quanto la covava dentro. E poi arrivano gli acceleranti. Nel garage la donna teneva della Diavolina e l’ha usata. Stiamo ancora commentando questa notizia?

Credo di no. Le notizie sono correlativi oggettivi, direbbe T. S. Eliot: sono immagini, specchi senza pietà del nostro intimo.

Alzi la mano chi tiene scatole di Diavolina nel garage del proprio cuore? Io direi che ne ho tonnellate nel mio. C’è questa cantina nella camera oscura di noi in cui, in mezzo a tante cose buone, ci sono anche degli acceleranti. Accade che li usiamo e trasformiamo una paura in una ossessione che divora, una invidia in un attentato terroristico su scala domestica. Lì è il fronte – davvero caldo, ustionante – della nostra libertà.

Il diabolico è ciò che accelera, sappiamolo. Riconosciamolo quando accade, anche se è già accaduto. Diamo il nome di incendio a ciò che ci fa divorare persone e circostanze. Non è un sfogo. Dire “quando ci vuole, ci vuole” è uguale alla scusa della legna bagnata che usavamo agli scout.

Indugio

Per reazione, sarebbe bello trovare un opposto dell’accelerante che sia altrettanto forte, clamoroso, eclatante. L’auto che accelera è bella da far impazzire.

Photo by Pixabay on Pexels.com

Però se vogliamo trovare l’azione uguale e contraria al diabolico, deve essere opposta anche nella sua potenza. Deve essere impotente. In questo senso, il verbo frenare è forte quanto accelerare.

Quindi scelgo il verbo indugiare, perché è fragile e incerto … assai poco eroico. Il ramo bagnato indugia ad accendersi e, molto spesso, se non si usa un accelerante non si accende proprio. Ed è questo un gran sollievo. Il diabolico adora l’eroismo, la forza, tutto quello che s’impone. Brucia legna in fretta, una gran fiammata, poi cenere per sempre.

Il nostro alleato migliore è l’indugio. Quando tremiamo a fare un passo, quando ci sentiamo esposti, quando dubitiamo della nostra forza. La lentezza e l’incertezza non sono per forza sinonimi di ignavia. Sono uno spazio di respiro in cui non si passa subito all’azione, in cui onestamente diciamo a noi stessi “non ho la chiave per aprire questa porta, non so cosa fare”. Non so è sempre una bella frase per iniziare ogni cosa.

Lo vediamo, vero, che lo sport preferito di tutti è sapere, accendere discussioni, infuocare gli animi? Se indugi, ti deridono, ti puntano il dito contro. E se l’indugio è solo un borbottio mentale, anche io punto il dito contro. Ma può essere un bar, un luogo di passaggio e permanenza dove mettere sul tavolo la nostra impotenza e ascoltare altre voci. Indugiare è decidere di prendere un aperitivo con un amico e prendersi il tempo di parlare, anziché stare soli, tirar fuori la diavolina dalla scatola e passare in un batter d’occhio all’incendio dei fatti.

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