Con la preghiera non si ottiene niente

Ho trascorso l’estate in compagnia di una traduzione impegnativa e di vicende familiari segnate da inquietudine e rabbia. Le due cose si sono compenetrate, portandomi a un lavaggio del cervello che tuttora non si è pacificato.

Non garantisco di essere in grado di scrivere qualcosa di chiaro, di sbrogliare una matassa. Metto per iscritto il punto rovente che mi brucia da settimane, sì: brucia…scalda…illumina. Fa male e fa bene.

Chiedilo al diavolo

Ho accettato di lavorare a una nuova traduzione de Le lettere di Berlicche di C.S. Lewis. Chi è familiare con questo testo sa di cosa si tratta: nella finzione letteraria c’è un diavolo esperto, Berlicche, che ha una corrispondenza con un giovane diavolo, Malacoda, da educare nel compito di dannare un’anima.

Questo libro ha fatto scuola, tanto che in molti hanno tentato di copiare la trovata e lo stile di Lewis. In fondo potrebbe essere un espediente perfetto per puntare il dito contro ciò che detestiamo: ti faccio vedere come un certo comportamento (che vedo negli altri) sia esattamente nelle corde del diavolo. Pensate a quanto potrebbe essere pericoloso un espediente letterario simile in questo contesto avvelenato di pandemia, vaccini-non vaccini.

Photo by Nandhu Kumar on Pexels.com

Un indizio importante è tenere conto che Lewis non volle dare corda alla sua intuizione letteraria. Una volta scritte un certo numero di lettere, si fermò. Lo fece perché si rese conto che era facilissimo andare avanti a scriverne altre mille o milioni. Se le serie TV di successo sono arrivate a 10 stagioni, Berlicche poteva benissimo arrivare alla 100. Perché il meccanismo diabolico, una volta innescato, gode di poter andare avanti all’infinito. Ed è proprio questo il punto di frontiera: Lewis non ha dato la voce al diavolo per accusare gli altri, invece ha rovesciato la prospettiva dell’esame di coscienza.

E questo separa le copie dall’originale. Se qualcuno copia il metodo di Berlicche per mostrare il diabolico che c’è nel mondo, non ha capito niente. Lewis scampò da questa tentazione mettendo sul banco degli imputati se stesso. E’ la sua anima quella che tratta come oggetto di tentazione da parte del diavolo. Non è scritto da nessuna parte, è solo un’intuizione che ho avuto immedesimandomi da traduttrice nell’opera. Può pure essere una cantonata. L’autore scrive perché prima si è fatto un esame di coscienza così sincero da mettere a tema di ogni lettera del diavolo quelle che sono le sue tentazioni, i suoi vizi, i suoi cedimenti.

Faccio un esempio. Nella lettera 21 il diavolo Berlicche spiega a Malacoda il rapporto problematico degli uomini con il tempo di ogni giornata:

Avrai senz’altro notato che nulla lo indispettisce tanto facilmente quanto rendersi conto che un lasso di tempo che credeva a sua disposizione gli viene inaspettatamente tolto.

Dietro questa frase c’è un uomo (Lewis) che ha guardato con profonda onestà uno dei veleni più frequenti della propria giornata, capace di riversare odio e rancori su tutte le azioni che si svolgono nel resto della giornata. Detta in modo più diretto: Quando sono in ritardo o perdo tempo per un imprevisto, vado giù di testa.

Ed è solo e soltanto su questo fronte di guerra che Berlicche funziona: se diventa la chiave per squadernare l’anima personale di ciascuno, e non come arma da brandire contro i mali del mondo.

La paura di ciò che accadrà

La lunga premessa è necessaria per dire che, da traduttrice, ho scelto di dire sì all’ipotesi dell’autore. Se dovevo attraversare il testo, dovevo farlo in corpo e spirito, con le parole ma anche mettendo a soqquadro la mia anima. Il punto incandescente di questa esperienza è arrivato sul tema della preghiera, perché le mie vicende familiari contemporanee mi avevano riversato addosso un’amarezza e ansia tremende.

E io pregavo implorando Dio che intervenisse a sbrogliare i casini. Era quel classico stile di preghiera per cui – mi si perdoni l’esempio brutale che so può ferire molti – se ho un parente malato prego chiedendo: “Ti prego, Dio, guariscilo”. Ho urtato contro l’errore malvagio di questa posizione ingannevole, e mi ha ribaltata.

Così Berlicche spiega, dalla prospettiva diabolica, qual è il punto disarmante e potente della preghiera:

Lui [Dio] vuole che gli uomini curino ciò che fanno, il nostro compito è che non smettano di pensare a cosa potrà capitare loro.

[…] E ciò che intende il Nemico [Dio] è innanzitutto che l’uomo accetti con pazienza la tribolazione del momento presente, cioè l’ansia e la sospensione che prova ora. È riguardo a ciò che l’uomo dovrebbe dire: «Sia fatta la tua volontà» ed è per sostenere questa fatica che non mancherà il pane quotidiano. Il tuo compito è far sì che il paziente non riconosca che la paura attuale è la sua croce, ma pensi solo alle cose che lo spaventano.

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Molte volte ‘preghiera’ diventa sinonimo di ‘desiderio’, il centro della nostra premura e attenzione si sposta nel futuro mentre preghiamo. Io mi sono resa conto di pregare perché Dio risolvesse il problema tra me e mio padre, che trovasse la via di lenire le ferite e trovasse una soluzione a un rapporto degenerato. Pensavo a ciò che mi aspettavo per poter tornare ad essere serena.

Mi scuso, torno sull’esempio di una persona cara malata. Mi scuso, lo ripeto. Ma c’è un errore clamoroso se la posizione di preghiera è quella del chiedere la guarigione. Anzi, non è un errore, è proprio che si perde la parte migliore. Ne ho lette tante di testimonianze che seguono questo copione in tempo di pandemia. E se Dio fa la grazia della guarigione, allora è un miracolo. E se non c’è la guarigione, allora “il disegno di Dio per il nostro bene è un altro“. Noi cristiani sappiamo raccontarcela bene, creando caselle. Separiamo ciò che per Dio è unito. E soprattutto Dio non è quello che guarisce uno, e non guarisce un altro.

Lui è sempre presenza. E la preghiera non è un desiderio sul futuro, ma è implorare di stare nel presente con Lui.

Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il Nemico [Dio] li ha destinati all’eterno. È chiaro che Lui vuole che si dedichino principalmente a due cose: l’eternità e quel lasso di tempo che essi chiamano presente. Perché il presente è il punto in cui il tempo incontra l’eternità.

Solo e soltanto nel presente gli umani fanno un’esperienza analoga a quella che il Nemico [Dio] fa della realtà nella sua interezza. Solo nel presente la libertà e l’attualità vengono offerte loro. Quindi il Nemico li vorrebbe sempre concentrati sull’eterno (cioè su di Lui) o sul presente (a meditare sull’unione o separazione eterna da Lui, a obbedire alla voce della coscienza, a portare le croci del momento, ad accogliere la grazia presente, a mostrarsi grati del bene presente). Il nostro compito è tenerli lontani dall’eterno e dal presente.

Il miracolo è qui e ora

Di cosa ho bisogno davvero? Non ho bisogno di un esito felice o fedele alle mie aspettative. Ho bisogno che l’angoscia del presente sia affidata a Qualcuno che mi fa compagnia nella notte che attraverso. Dio non è l’ufficio delle richieste, ma un amico che trasforma il mio presente con la sua presenza. Il suo amore più grande è non lasciarci soli ora, nella tribolazione di ciò che è sospeso e buio. Se spostiamo la nostra relazione con lui a richieste o preoccupazioni sul futuro, ci perdiamo il vero miracolo. Il miracolo c’è già: fare ogni passo non da soli, ma in compagnia di un Amore eterno che camminando con noi cambia il volto di ogni cosa e trasforma il nostro cuore. La vera preghiera è chiedere di riconoscerlo,

La preghiera trova la sua più alta espressione in un sussulto d’amore che attraversa la notte oscura dell’intelligenza

Alexis Carrel
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Dio vuole essere con me ora, nel momento in cui guardo mio papà con rancore e non so che pesci pigliare. E’ qui che il miracolo accade, se prego. Se chiedo che Lui sia con me. L’orizzonte degli esiti, cioé spostare tutto sul futuro, è fare il gioco del diavolo. Non ci sono esiti buoni né esiti cattivi. C’è una compagnia possibile nel mistero buio del presente, e questo è sempre un miracolo.

Così Don Giussani:

Dio si è reso familiare alla vita dell’uomo: il suo modo di rapportarsi a lui si esprime in una familiarità sperimentabile attraverso il miracolo. Il miracolo è perciò il metodo di rapporto quotidiano di Dio con noi, la modalità con cui Egli diventa oggettivo nel contingente.

Perché la Chiesa

Una madre che accudisce un figlio malato, porta senz’altro nel cuore il desiderio della guarigione. Ma l’unica cosa che la strappa alla disperazione non è sperare nella guarigione, ma avere il miracolo di una carezza che toglie dalla disperazione l’istante presente in cui quel figlio patisce. Dio è accanto, agisce ora: questo è lo spazio della preghiera. Qualunque cosa accadrà, non è al centro del rapporto che Lui esige con noi qui, adesso.

Capisco ancora meglio l’ipotesi vertiginosa che Chesterton affidò alla voce della Madonna nel Cavallo bianco:

La notte sarà tre volte più buia su di te e il cielo diventerà un manto d’acciaio. Sai provar gioia senza un motivo, dimmi, hai fede senza una speranza?

Fa paura questa frase? Sì. E’ provocatoria? Sì. Scuote fin dalle radici le nostre fragili aspettative. Vorremmo essere consolati su ciò che accadrà, ma abbiamo una Madre e un Padre che replicano: “Sono con te ora“. E nulla più. Perché solo questo ci salva dagli incubi e ci impedisce la dannazione: spostare tutto il baricentro sul futuro, cioé sul niente. Il diavolo ha castelli per aria da costruire sulle nostre ipotesi, Dio invece c’è.

Abbiamo testimonianze sconcertanti di malati terminali che si dicono ‘felici’. Non è follia. E’ il rovesciamento più grande che possiamo chiedere a Dio. Se uno non è solo dentro il buio del presente, questo fa piazza pulita di ogni incubo e non a forza di ragionamenti o rassicurazioni, ma in virtù di una certezza solida quanto un pezzo di cemento armato. Non sono gli esiti a essere o non essere miracoli. E’ ogni nostra ora in compagnia di un Dio-carne che rende il presente sinonimo di miracolo.

Né bisogna considerare la preghiera un sedativo dell’anima, un rimedio contro la nostra paura della sofferenza, della malattia, della morte.

Alexis Carrel

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