Lascia agli altri l’ultima parola

Capirsi è impossibile, spiegarsi è un’illusione. Probabilmente il vero motivo per cui scrivo di mestiere è la smania di non averne mai abbastanza delle parole. Le usi, le scegli, le cerchi, le aggiungi. Non bastano mai.

Non capisci nulla

Sono tra quelli che in ogni discussione vorrebbero avere non solo l’ultima parola, ma anche la penultima, la terzultima e così via fino alla prima. Dall’inizio alla fine. Alfa e omega del mio mondo, spiegato come un lenzuolo steso al sole.

Perché ho sempre il tarlo di non essere stata capita fino in fondo, di essere continuamente leggermente fraintesa. E quel leggermente è diabolico. Una minima incomprensione può scatenare un oceano di amarezza e rabbia, uno sfregio irrecuperabile in un ritratto che deve essere perfetto come dico io.

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E così si aggiungo un messaggio su Whatsapp, una ulteriore risposta chiarificatrice. Che in realtà genera un di più di significato che manda ancora in confusione il discorso, aggiunge altri rivoli e coi rivoli arrivano altre incomprensioni.

E così aggiungo un commento in più su Facebook, e mi pare proprio la quintessenza della chiarezza ma è solo un po’ di baccano in più e stimola parole altrui e la rabbia che fa urlare: “Ma allora non mi leggi? Non capisci nulla…”.

Qui da capire c’è solo una cosa: finché sono nel tempo precario della vita terrena ‘capire’ – cioé contenere – è il verbo meno adeguato per la conoscenza degli altri e di me. E se proprio la voce degli altri può essere lo specchio di questo viaggio di conoscenza, forse vale la pena che lo sia a rovescio. C’è del buono nel restare fraintesa, non avere l’ultima parola, mollare le parole proprio quando le vorrei implorare di spiegare tutto per bene, una volta per tutte.

Io non sono chiara

A ogni discussione, i litiganti imparano che niente sostiene niente, che parlare

è sempre troppo

e non è mai abbastanza: eppure non riescono a tacere, a lasciarsi perdere.

Vogliono aver ragione, certo; ma poi si rimangerebbero tutto, pur di ridare la parola a quello che ha torto.

Intanto in giro – per strada, nelle piazze, nei posteggi – la verità si spreca, si spande. È tutto un travisare: nessuno riesce mai a chiarire niente.

Umberto Fiori
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Fa male, di un bruciore lacerante, rimanere sospesi sapendo che un altro si è fatto un’idea sbagliata di noi. Mi è capitato ieri. Ed era uno di quei casi in cui meritavo di spiegare e chiedere ragioni di un fraintendimento anche velato da una cattiva falsità.

Meritavo cosa? Di illudermi che un altro essere umano capisse chi sono? Mi rodeva dentro il bisogno di dimostrare che non ero cattiva come si supponeva. Meritavo davvero l’ultima parola.

Non l’ho pronunciata e se ora scrivo è perché ci sto ancora male. Ma in questo disagio si aperta una finestra che vorrei tenere un poco aperta. Perché questa smania di chiarezza e di mettere i puntini sulle i? Perché questa pretesa di chiarezza fin nel midollo? Perché questo indice puntato sugli altri che fraintendono o mentono o semplicemente non ascoltano?

E’ tutto un paravento attorno alla nota davvero dolente. Io non sono chiara. Non lo sono e non lo sarò. Sono sporca dei pregiudizi che ho su me stessa. Forse che io sono sempre sincera con me stessa come pretendo che siano gli altri? Ci sono cose che censuro, altre che faccio finta di non vedere, molte per cui trovo una giustificazione falsa ma plausibile.

Non dire l’ultima parola mi costringe a mettere in crisi la certezza di avere in mano la chiarezza su di me. E’ una rivoluzione copernicana, che fa malissimo ma fa benissimo.

Dimmelo tu

Voglio smetterla di credere di sapere come stanno le cose. Ecco cosa significa lasciare agli altri l’ultima parola. Sospesi e incerti, squadernati e mezzo cancellati non si sta comodi. Eppure è questa la sfida della vita.

E’ accettare di esserci, in un mondo che è un tuffo carpiato nelle incomprensioni … proprio perché è un viaggio che ha come traguardo ultimo e prezioso quello di dire “IO” al cospetto del grande ribaltamento che è la morte. Ecco perché Dante parlò con le anime dell’aldilà e non con uomini e donne vivi. Da uomo vivente (e perciò ancora irrisolto) ha voluto parlare – ha lasciato l’ultima parola – a chi aveva affrontato fino in fondo il viaggio mortale del precario e incerto, approdando nell’eterno. Dove saremo chiari.

Qui in terra nessuno ha l’ultima parola su di sé, fa bene ricordarselo – ogni tanto – lasciando l’ultima parola agli altri in conversazioni in cui c’è ballo niente più che l’orgoglio reciproco.

Tutte le volte che presumo di essere chiara, di essermi spiegata, di essere a posto mi inganno nel modo peggiore possibile. Presumo di aver finito la battaglia che è ancora in corso, quella di conoscermi. Finché ci sarà chi scardina questa presunzione e sposta il discorso su un terreno che mi lascia irrisolta, anche ferita e sulle spine, è un dono di realtà benedetta.

Dilla tu l’ultima parola. Io sto zitta. Fa bene ogni tanto abitare nella ferita di rendermi conto che i tasselli del mio puzzle sono ancora tutti scombinati. Solo così posso andare incontro a quello che viene domani: implorando che i passi e li inciampi siano quelli di chi è in cerca di un “io” e lo fa contorcendosi come nel travaglio di un parto e non dall’alto di un piedistallo.

Photo by Kei Scampa on Pexels.com

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