Vettel si ritira dalle gare. E comincia la vera avventura…

Chi sono?

Pochi giorni fa il pilota di Formula 1 Sebastian Vettel ha annunciato il suo ritiro dalle corse alla fine della stagione 2022. Mi sarei persa la bellezza contenuta nella notizia, se mio figlio non me l’avesse segnalata. “Hai sentito cosa ha detto Vettel nel video di congedo? Cosa ne pensi?” – mi ha chiesto.

Non avevo sentito, sono andata a colmare la lacuna. E arrivo dritta al punto, perdonerete se non so riferire per filo e per segno l’eccellenza di questo pilota. Immagino di non commettere un errore clamoroso definendolo uno dei grandi campioni degli ultimi anni.

Ritirarsi, allora, dovrebbe essere il verbo del tramonto, della tristezza, della parabola discendente. Ecco, le parole condivise da Vettel (potete ascoltare il messaggio integrale in fondo, ho messo il link a Youtube) delineano un’ipotesi opposta che parte dalla domanda più urgente di tutte. Chi sono?

Essere un pilota non è mai stata la mia unica identità. Sono molto convinto che l’identità sia chi siamo e come trattiamo gli altri, e non cosa sappiamo fare. Chi sono? Sono Sebastian, padre di 3 figli e marito di una moglie meravigliosa. Sono curioso e facilmente affascinato dalle persone appassionate o dotate. […] Oltre alle gare automobilistiche ho cresciuto una famiglia, e amo essere loro vicino. La Formula 1 ha richiesto che stessi lontano da loro per gran parte del tempo, e ha preso tante energie. Dedicarmi a questa passione nel modo in cui l’ho fatto non va più di pari passo con il mio desiderio di essere padre e marito.

Siamo relazioni, non traguardi

La citazione precedente è densa di un contenuto robusto, va analizzato per essere apprezzato fino in fondo. Evidentemente dietro c’è un lungo percorso umano. Ed è liberante per tutti noi sentire che un campione dice chiaramente di non essere esclusivamente la sua parte eccellente, applaudita, famosa.

Non sono solo quello che faccio, sono anche le relazioni che costruisco. L’unità dell’io sta nel non separare ciò che è unito: sono un pilota, sono un padre, sono un marito, sono un amico … eccetera. Intervistando Jhonny Dotti, fu lui a farmi notare che ciascuno di noi è tutti e 6 i pronomi personali (insieme sono considerati ‘persona’ e non ‘persone’). Un egoismo patologico riduce il nostro sguardo a pensarci solo come IO, ma per mio figlio sono un TU, insieme alla mia famiglia sono il VOI dei nostri vicini di casa, insieme ai miei compagni di squadra sono un NOI, e così via.

Perché è così essenziale questa precisazione che Vettel fa passando dal considerarsi IO-pilota al guardarsi come TU-padre e marito? La risposta è meno scontata del “perché deve inventarsi qualcosa una volta detto addio alla F1”.

Il bello di non essere solo campioni

Ricordo benissimo la gratitudine che provai, vari anni fa, traducendo un passo di Cosa c’è di sbagliato nel mondo di G. K. Chesterton. Mi venne la tentazione di gridarlo sui tetti, in piazza. Ho molto rotto le scatole, parlandone a chiunque incontravo.

Proviamo a fare un esercizio di percentuale su noi stessi. Quanto è la parte migliore di noi? Rispondiamo pensando onestamente a una giornata tipo. Parlando per me, direi – se va bene – il 10%. Ci sono molti giorni in cui il meglio non si vede all’orizzonte. Ci sono giorni in cui si marcia con l’insufficiente.

E secondo una logica strettamente meritocratica questo dato sarebbe sconsolante. Ma non è vero. Non è forse confortante rendersi conto che riusciamo a tenere in piedi le necessità quotidiane nostre e dei nostri cari senza essere al top? Senza essere campioni, arriviamo a cena avendo tenuto in piedi la baracca del lavoro e degli affetti. E non è alquanto riduttivo essere considerati solo per il meglio che possiamo dare, che – verisimilmente – è una percentuale piccola?

Ecco Chesterton:

È abbastanza vero che ogni uomo deve avere un colpo di genio, perché ha solo un colpo in canna – e viene gettato nudo nella battaglia. […] . In breve (come suggerisce il libro del Successo) egli deve dare ‘il suo meglio’, e quanta poca parte di lui è ‘il suo meglio’! Il suo ‘discreto’ è spesso molto meglio. Se è il primo violino, allora è costretto a suonare per sempre, dimenticandosi che è una gradevole e buona cornamusa, una bella e discreta stecca da biliardo, un fioretto, una penna a sfera, una partita a bridge, una pistola e un’immagine di Dio.

Il mondo ha bussato alla porta di Vettel guardandolo per il meglio che è. Una vera eccellenza al volante, in effetti. Ma quanta parte di Sebastian è un po’ meno di eccellente? Va trascurata o buttata via? Quanta parte di felicità facciamo fuori se riduciamo la nostra persona a un solo talento eccellente? E se questo talento non c’è (cosa probabilissima)?

Come padre e marito, forse, Sebastian saprà essere solo discreto e talvolta pure incapace. Da genitori, sappiamo per certo che verranno per lui fantastici giorni di inadeguatezza. E la speranza vera è che il mondo sta in piedi anche se nella battaglia quotidiana siamo imperfetti e non impeccabili. Sbagliamo ‘il cambio ruote”, finiamo in testa coda, ci fermiamo sconsolati ai box con il motore rotto. Ma proprio dentro queste traiettorie zoppicanti ci conosciamo meglio delle rarissime volte in cui il mondo ci applaude. Il nostro io è quest’anima spalancata nel presente con un ventaglio di risposte e capacità davvero sorprendenti, anche nella gamma delle ombre. Proprio lì dove i riflettori non trovano niente di interessante da buttare in pasto al pubblico, possiamo essere certi che c’è qualcosa di buono in cui tuffarsi.

Dunque la corsa non finisce (né per Vettel né per noi). Possiamo serenamente uscire dalla trappola meritocratica del “vali per la parte eccellente che hai”. Ecco un altro passaggio interessante delle parole di Vettel:

I miei obiettivi si spostano dal vincere gare a vedere crescere i miei figli, educarli nei valori in cui credo, aiutarli quando cadono, ascoltarli quando hanno bisogno di me, non dovermi sempre congedare da loro e, soprattutto, imparare e lasciarmi ispirare da loro.

Non starà più al volante, si lascerà guidare dalle relazioni vive con figli e moglie. Ed è l’avventura più bella possibile, quella di un io che smette di raccontare la sua vita solo alla prima persona singolare.

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