Noi non cantiamo più

C’è ancora chi canta

Questa mattina ha celebrato la messa don John Paul, un giovane sacerdote originario della Nigeria. Ci ha fatto cantare, e non intendo nei momenti per noi tipici del canto liturgico (ingresso, offertorio, eccetera). Ha messo dei passaggi canori in altri punti della messa a cui non siamo abituati. E lui ha cantato anche durante l’omelia.

Le nostre voci sono uscite un po’ fiacche e titubanti, roche e stonate. Un motore che, dopo anni di percorsi cittadini, si trova in una pista da corsa. Ecco. Ho avuto la netta impressione che fossimo fuori allenamento rispetto al canto. E non intendo dal punto di vista della preparazione musicale e corale. Parlo proprio di un’anima predisposta a fare quel salto di lode e fiducia che è il canto.

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Don John Paul ci ha parlato del luogo in cui è nato, dell’indigenza estrema di una nazione africana ricchissima di risorse, ma con un popolo allo stremo per la povertà. La messa “cantata” se l’è portata da casa, da una terra per noi lontanissima che avrebbe buoni motivi per piangere e basta. Era evidente che fosse un’abitudine connaturata nella sua esperienza di fede.

E mi ha ricordato che il vero canto non è quello dell’uomo spensierato, ma di chi è sprofondato così in basso da riconoscere che gesto rivoluzionario sia alzare gli occhi al cielo. Solo da poco – quanta ignoranza ho da colmare! – ho scoperto che nei lager si compose tantissima musica.

Noi, qui alle nostre latitudini, siamo pieni di tormentoni estivi e hit che spaccano su Spotify. Camminiamo con le cuffie nelle orecchie, il che vuol dire che ci frastorniamo di suoni e chiudiamo le orecchie di fronte alla realtà. Guardiamo Xfactor e Amici e applaudiamo e ripetiamo a pappagallo quei ritornelli che durano una stagione e sfornano idoli (più che cantanti).

Ma se ci venisse chiesto di cantare davvero? La nostra voce come uscirebbe?

Perché ho l’impressione – questo mi ha suggerito l’entusiasmo di John Paul – che se uno ha un motivo per cantare lo dovrebbe fare proprio nei cantucci della vita dove non ce lo si aspetta. Tutti mettiamo la musica in auto, per passare il tempo. Ma cantiamo nei punti dolenti e sudati della nostra giornata? Abbiamo un motivo per alzare gli occhi al cielo mentre tutto ci butta giù?

Canta che (non) ti passa

Mi ha letteralmente colto di sorpresa quando John Paul, con assoluta semplicità e voce dimessa, ha cantato anche durante l’omelia. Per noi è assolutamente inconsueto. Quello è lo spazio in cui il sacerdote parla liberamente.

E ho pensato a Dante. Lo ripeto sempre agli studenti, ma non avevo colto fino in fondo la portata della cosa. Dante ha composto tantissima prosa (De vulgari eloquentia, Monarchia, Convivio, molte epistole). Gli piaceva parlare, argomentare, dimostrare il proprio talento intellettuale. E questo ce lo rende molto familiare, anche noi siamo bravissimi a parlare, parlare, parlare … La prosa ci dà l’illusione di poter andare avanti all’infinito, di poter costruire frasi lunghe o frasi brevi. Di essere i padroni della nostra trama. E, quanto a spiegazioni da offrire sui nostri punti di vista, ne abbiamo di parole da tirar fuori.

Dante spiegò molto, ma solo quando la vita lo bastonò duro si mise a cantare.

Lasciare la prosa e scegliere la poesia (il canto) è mettersi su una strada di limiti che esaltano l’infinito. Le note sono sette, l’endecasillabo ha un numero fisso di sillabe. Il ritmo è una cadenza regolare. Le rime impongono una scelta di parole.

Sì, la prosa ci dà l’illusione di poter andare avanti all’infinito, ma solo il canto ci dà la certezza che l’infinito non è un’illusione.

La Divina Commedia è composta di 100 canti. E questo poema è frutto dell’esilio, nasce all’indomani e dentro la parentesi di vita più buia che Dante abbia conosciuto. Anche da giovane aveva composto poesie, molto belle. Furono l’anticamera della sua vera impresa: un poema che è un canto ininterrotto in cui tutte le rime di ogni cantica arrivano simbolicamente alle stelle.

Possiamo dire che da giovane Dante cantò in modo occasionale, ma quando fu colto dalla tentazione della disperazione osò costruire un’ininterrotta scala di canti che arrivasse fino al Cielo. Non aveva più bisogno di donare agli altri le sue spiegazioni, aveva bisogno di sentirsi parte di uno spartito più grande della sua povera trama personale. Aveva bisogno di un ritmo, come quando uno fa fatica in salita e allora segue il passo cadenzato della guida che gli è davanti.

Perché quando il dolore e l’ipotesi della morte si abbattono senza pietà addosso alla carne, la voce si spegne in gola. Niente più discorsi. Solo singhiozzi. Oppure un canto fortissimo.

E’ quello che abbiamo visto riaccadere quest’estate nella stanza d’ospedale dove Giovanni Allevi sta curando un mieloma. Lo sprofondare nella prostrazione della malattia è stato accompagnato dal desiderio di comporre una sinfonia, per violoncello e orchestra. Non un “canto” da solista, ma una musica fatta di una compagnia di melodie e voci strumentali diverse.

La scoperta a cui un uomo può arrivare è che non ce la si canta e ce la si suona da soli. E se il detto è “canta che ti passa”, in realtà l’uomo che trova un vero motivo per cantare è quello che sente il desiderio ardente che nulla passi e sprofondi nell’indifferenza. E il ritornello è davvero un bisogno di ritorno, c’è l’idea di un viaggio che può attraversare acuti e bassi, allegri e fughe, ma poi torna a un’irriducibile melodia conosciuta che è come casa.

Noi non cantiamo più. Borbottiamo, ci lamentiamo, gridiamo e per distrarci ci mettiamo la musica nelle orecchie o guardiamo le esibizioni di Xfactor. La musica ce la mettono in sottofondo nei supermercati perché sanno bene che ci allieta e predispone a essere disinvolti negli acquisti. Perché, anche quando è uno stupido scimmiottamento, il canto è la voce dell’uomo che vuole di più. E il vero acquisto che vuole è quello di chi offre i suoi pezzi scomposti di vita e desidera vederli legati in un’armonia da cui nulla è escluso.

2 commenti

  1. Cara Annalisa, don Giuss ci ricordava che: “Il canto è l’espressione più alta del cuore dell’uomo: ciò accade quando esso suscita la nostalgia per ciò che è più profondo in lui, ossia il suo legame con l’Eterno”. Ce lo ricordiamo ogni volta prima delle prove del mio coro! Un grande abbraccio!

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