Troppe foto nel telefono

Un selfie di traverso

Un tempo c’erano i rullini da 24 o 36 scatti, dovevi pensarci bene prima di scattare perché le foto a disposizione erano limitate. Sembra passato un millennio dal tempo dei rullini da portare a sviluppare, l’attesa e poi lo sconforto e la sorpresa: certi scatti pessimi, altri stranamente ben riusciti.

E quante volte ho ripetuto con nostalgia e ditino alzato questo discorso. Sì, ora non è più così, ora puoi scattare quante foto ti pare. E il più delle volte restano nella memoria del cellulare, non le tocchi. Restano nel cloud. L’età delle immagini che ha perso la meraviglia del valore di una singola immagine.

Ecco, oggi non è il giorno in cui ripeto questa litania nostalgica del tempo che fu. Perché ho scoperto un insolito dono salvavita in questa bulimia di fotografie stipate e dimenticate nella memoria del telefono. Per lo più sono scatti sciocchi, fatti male, preda dell’istinto del momento. La gigantografia di un aperitivo. Un selfie di traverso. Un tramonto pazzesco. Mia figlia che dorme. Nell’economia dei 24 o 36 scatti sarebbe tutto materiale non-scattato.

Bilancio in passivo

E’ dicembre ed è tempo di bilanci sull’anno trascorso. La sana abitudine cristiana mi invita alla gratitudine. Diciamo meglio: spintona a trasformare il bilancio in un dono, ed è un passo per nulla facile. Avevo le idee molto chiare sul mio bilancio annuale, a dire il vero aspettavo proprio il momento per sforgarmi.

E’ stato un anno brutto, pessimo. Se avessi avuto il dono della preveggenza, non sarei mai entrata nel 2022. Lo stillicidio di difficoltà, paure fortissime, ostacoli, incidenti, eventi traumatici mi ha pestato. Ho visto chiaro quanto sono poco forte. Certo, ci ho tirato fuori i piedi e senza contare vittime lungo strada, però è stata dura. Lo dico chiaro perché è inutile nascondersi dietro il disclaimer “ma senz’altro c’è chi è stato peggio di me”. Che è la pura verità. Però il punto non è la buona educazione di riconoscere i giusti pesi delle difficoltà nostre e altrui, quando sei prostrata lo sei e basta. E l’impressione del male è dominante, prevaricante. Per questo non uso eufemismi, perché l’impressione che porto addosso resta contaminata di sconforto, stanchezza, amarezza, pessimismo.

Photo by Mauru00edcio Mascaro on Pexels.com

Troppe foto

L’anno trascorso mi ha portato a ripetere sempre più spesso: “Non sono più capace di usare la parola fiducia, non è credibile“. Ma, tra le incombenze ben più quotidiane e meno filosofiche, c’è stata la necessità di svuotare la memoria del telefono e, dunque, di scaricare le centinaia di foto stipate lì.

E’ stato niente meno che un momento di rivelazione. La sberla in faccia che mi meritavo. Mi sono messa a guardare quegli scatti, per scegliere quelli migliori da regalare ai nonni per Natale. La realtà mi è venuta addosso nel suo cumulo micidiale di dettagli. Il mio anno è stato brutto, però in tutte quelle foto sono impressi momenti piccoli in cui io e la mia famiglia siamo stati – davvero – felici. Momenti da niente, o forse da tutto. La foto fa tornare la memoria. E la memoria, che la mia selezione consapevole aveva ridotto ai grandi eventi brutti, ha cominciato a traboccare come una cascata di minuzie bellissime, liete, amabili.

Quintali di “roba” persa per strada, e custodita in giga di memoria virtuale. Lì, in attesa di ritornare a farsi reale e a farmi il lavaggio del cervello.

Lo zoccolo duro invisibile

Sono stata costretta a dire a me stessa: tu quest’anno sei stata molto felice. E’ stato di più il tempo in cui le circostanze mi hanno dato fiato e respiro in mezzo alla tempesta, che solo e soltanto tempesta. Nei giorni in cui attraversavo il buio con la gola strozzata, ci sono state ore buone, fatte di carezze inattese. Ma questa consapevolezza era stata completamente azzerata. Se non fosse stato per la mole pantagruelica di foto stipate nel cellulare, non me ne sarei resa conto. Grazie dunque a questa bulimia di dati, puri dati di realtà. Scatti, istanti, che avevo buttato via.

Mi sono presa il tempo di stare dentro questo elenco infinito di momenti da niente.

Photo by Pixabay on Pexels.com

Le mie impressioni sono state contraddette dalle fotografie, che sono le vere impressioni (un tempo la pellicola si impressionava). Il dato è la realtà che si imprime, lascia una traccia tangibile. L’impressione mentale, anche per chi cerca di essere attento e oggettivo, tradisce. Sposta la narrazione sul profilo più eroico, tendenzialmente quello che patisce.

Ma è il profilo più dimesso (quante cene ho preparato canticchiando Dargen D’Amico perché ero lieta di essere lì alla fine di una giornata qualunque?) quello a cui spetta custodire lo zoccolo duro della vita, dello stare a fare la nostra parte.

Dunque, sono qui a metà tra un bilancio e un atto di gratitudine. Forse mi trovo semplicemente ad annotare un trenino di domande. Ero presente quando mi accadeva un frammento di gioia, di consolazione, di bello, anche solo di serena pigrizia? Lo ero davvero? Devo solo confidare nei giga del cellulare per non perdere per strada questi dati? Perché la mole enorme di inezie che ci sostengono lungo le salite sparisce?

6 commenti

  1. Cara Annalisa come mi ritrovo in queste tue righe.
    La malattia oncologica con cui ho convissuto negli ultimi 22 mesi…
    Tante fatiche e dolori, non ultima la caduta della mia mamma ora in ospedale.
    Io sono la regina del lamento…
    Ma quanti frammenti di gioia come tu scrivi… il mio splendido nipotino…le carezze di figlie, i piatti cucinati da mio marito, una sorella che ti ascolta, la tenerezza degli amici
    Quante foto che ricordano tutto questo
    Che davvero il lamento si trasformi in Grazie.
    Un caro saluto
    Luisella

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