Usa l’interruttore

maleducati

È molto maleducato interrompere qualcuno. Non fosse altro, sono i talk show a ricordacelo quotidianamente. «Mi lasci finire questo ragionamento», «Però io non l’ho interrotta mentre lei parlava», eccetera. La strategia dialettica contempla l’interruzione come arma d’attacco contro l’avversario. Fargli perdere il filo del discorso, impedire all’ascoltatore di immedesimarsi fino in fondo in un pensiero convincente.

L’interruzione blocca. E non è mai facile partire da fermi. L’interruzione è anche un’intrusione. È maleducata, infastidisce e quel che è peggio manda a monte qualcosa di compatto e costruito. L’onda verde non è un bel vantaggio solo sulle strade, ma anche quando si parla.

Infatti amiamo mandare i messaggi vocali, piuttosto che telefonare. Ci raccontiamo che è un atto di premura verso i nostri amici «così l’ascolti solo quando puoi». Lo dico spesso anche io. In realtà, vogliamo dire tutto senza il rischio di essere interrotti. Vogliamo dialogare, con tutto il beneficio egocentrico del monologo.

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bolle di sapone

Se è sempre stato maleducato interrompere qualcuno, mai come nel nostro tempo egocentrico questo genere di maleducazione c’infastidisce. È una vera spina nel fianco, intromette l’altro nei nostri bei discorsi. Gl’intrusi non sono graditi, questa è proprietà privata. State alla larga. Questo è il mio spazio, questo è il tuo spazio.

Eccoci dunque qua, con l’illusione di poterci gonfiare come bolle isolate che fluttuano nell’aria senza dare fastidio alle altre bolle. E qual era il bello di fare le bolle da piccoli? Riuscire a soffiarne fuori una che fosse il più grande possibile. L’interruzione rompe la bolla.

Mi riconosco perfettamente in quest’immagine, potrei sostituire la foto della mia carta d’identità con una bella e grande bolla. Da studentessa ho sempre rivendicato il mio spazio egocentrato di concentrazione. Sul lavoro è stato così finché non sono arrivati i figli. La frase che ho ripetuto più spesso per anni è stata sicuramente: «Non devi interrompermi». Avevo davvero l’impressione che una catastrofe potesse abbattersi su di me se non mi fosse consentito di finire una lettura, finire un testo da scrivere. Detestavo anche ogni minimo genere di rumore di sottofondo.

Ci ho ripensato di recente, quando la mia amica Maria Grazia ha condiviso un pensiero di Douglas Gresham su C. S. Lewis:

Jack (C.S. Lewis) era uno che accettava interruzioni ogni dieci minuti (se necessario) mentre stava lavorando sodo su un libro (o qualcosa del genere) senza il minimo grado di irritazione. È stato capace di credere e di comportarsi (come se credesse a quello che ha fatto) che il nostro lavoro personale non è affatto così importante come le interruzioni. Le interruzioni sono la vera sostanza del lavoro di Dio per noi.

Ed è qui, dunque che tutto si ribalta, e lo bolle scoppiano.

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corsa a ostacoli

Qualcosa del genere lo avevo intuito assistendo alle gare di atletica di mio figlio. La corsa a ostacoli per me sarebbe una punizione, per lui è sempre stata la gara in cui dava il meglio in velocità. A ogni ostacolo incrementava lo slancio. Teoricamente ci viene detto da tutti i blasonati coach: gli ostacoli sono un aiuto a crescere. In qualche modo, però, abbiamo egocentrizzato anche l’idea di ostacolo, magari può essere un momento di depressione, di malattia, qualcosa di cui siamo protagonisti sempre e solo noi. Nella caduta e nella risalita, sempre monologo è.

Ma se la corsa a ostacoli fosse una corsa a interruzioni? Saremmo ancora disposti a essere matti come C. S. Lewis e dare il benvenuto a ci mette i bastoni tra le ruote?

Da quando i figli sono entrati a gamba tesa nella mia vita, mi hanno regalato il beneficio delle interruzioni. E so esattamente dire in quali termini ci ho guadagnato: la mia opera, qualunque cosa sia (scrivere un articolo, preparare lezioni, tradurre), è più feconda perché non è più il mio idolo. È letteralmente andata in frantumi, le interruzioni fanno a pezzi. Con mio grande stupore, le cose stanno piedi anche a pezzetti piccoli. Potrei fare un lungo elenco di frasi lasciate a metà che ho concluso meglio di come avevo pensato, proprio perché nel mezzo ho dovuto fare qualcos’altro … soffiare un naso, stampare il foglio dei compiti, preparare la merenda.

Mio figlio, vedendomi davanti al pc, esordisce sempre dicendo: «Ti disturbo?». Fa praticare anche a me la corsa a ostacoli. Mi provoca quel fastidio molto irritante di intromettersi nel mondo perfetto dei miei pensieri. Ho imparato a rispondere: «Sì, mi disturbi, grazie». E gli ho spiegato cosa intendo.

L’interruzione è creativa, proprio perché non è piacevole.

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switch on

C’è un oggetto domestico che associamo alla creatività. «Mi è scattato l’interruttore» spesso è sinonimo di «mi si è accesa la lampadina». Associamo gli interruttori soprattutto al gesto di accendere la luce e non stiamo lì a pensare che nel circuito elettrico l’interruttore ha questo nome perché … interrompe. È lo strumento che lascia o meno circolare la corrente, ma nella vita quotidiana per noi, in qualche modo, interruttore è sinonimo di innescare, accendere.

Certo, vale anche il contrario, e pigiare l’interruttore è anche sinonimo di spegnere. Ma lasciatemi gustare il simpatico paradosso quotidiano per cui usiamo un interruttore per accendere la luce. Voglio osare prendere sul serio quest’ipotesi e farmi un augurio di cuore per questo anno che inizia. Lo allargo a tutti voi, solo se non lo ritenete maleducato.

Spero di cuore di essere travolta da interruzioni. Che l’altro si faccia spazio nei miei monologhi, come è giusto che sia. Che siano interruttori e accendano quello che in me è stanco, stantio, sentito e risentito. Che siano attriti capaci di generare piccole scintille di fuoco, per vederci meglio. Che siano rumori in grado di frantumare la mia illusione di scrivere da sola la melodia della mia vita.

Photo by Daniel Reche on Pexels.com

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